mercoledì 27 febbraio 2019
I quattro mori.
Sulle elezioni regionali sarde, in questi giorni, se ne sono sentite di tutti i colori. Sparate esilaranti ne abbiamo ascoltate da Di Maio:”Prima non eravamo nel Consiglio regionale, adesso ci siamo”. Battute ancora più colorite da esponendi del Pd:”Queste elezioni sono la prova che il bipolarismo non è morto, anzi!”. A sentire questa gente, hanno vinto tutti…Chi ha vinto e chi ha perso veramente? Ha perso il governo, questo è il dato lampante. I 5 stelle hanno subito un vero tracollo perdendo trecentomila voti in un anno. In televisione, i soliti esperti di flussi elettorali si sono addentrati in spericolate analisi per cui i voti dei grillini delusi sarebbero andati alla Lega e al Pd. I dati dicono altro, dicono che meno del venti per cento ha votato per il centrodestra e poco più del quindici ha votato per il centrosinistra. Il resto dov’è andato? Semplicemente non è andato a votare. Si è rifugiato di nuovo nell’astensionismo. Come dargli torto? In questi mesi chi aveva dato fiducia al Movimento 5 Stelle, ha dovuto assistere a continui cambi di linea, ripensamenti indecenti come sul Tap in Puglia e la promessa di aumento delle pensioni ai disabili con tanto di video su Instagram. Per non parlare del caso della nave Diciotti, dove si è assistito alla totale sconfessione di uno dei pilastri del Movimento per cui nessuno è al di sopra della legge, nemmeno un ministro. La pessima costruzione del Reddito di Cittadinanza in cui si confonde la lotta alla povertà con una misura attiva per il lavoro, ha fatto il resto. Gli stessi criteri per ottenerlo non fanno altro che escludere tante persone che si trovano effettivamente in una condizione di sofferenza.
In secondo luogo, ha perso il centrosinistra che ha dovuto cedere la guida della regione. Il Pd, benchè sia risultato ancora primo partito, ha dimezzato la sua percentuale rispetto alle scorse regionali. Il centrosinistra esiste come artificio elettorale, un cartello senza un progetto politico nel migliore dei casi, nel peggiore un reticolo clientelare che cerca di sopravvivere alla temperie. La sinistra ormai sembra svanita dopo vent’anni di subalternità al neoliberismo. I diritti sociali e la questione meridionale sono scomparsi dall’agenda. Uno spazio veramente desolante quasi come un paesaggio urbano di Michelangelo Antonioni o un quadro di Edward Hopper.
Ha vinto il centrodestra che non è solo la Lega come si vorrebbe far credere. Le elezioni sarde mostrano questo fatto in maniera inequivocabile. In Italia c’è un blocco sociale molto vasto, che in certi periodi della nostra storia diventa senz’altro maggioritario, che si richiama ai valori della destra, non solo e non tanto a quella sociale, ma quella fatta dalla paura del diverso, dal bisogno di sicurezza. La destra non è solo quella dei piccoli e medi imprenditori del nord, ma anche quella di chi è stato falcidiato dalla crisi di questi anni ed è stato abbandonato dalla sinistra. Chi abita nelle periferie di questo nostro paese si sente ed è dimenticato dalla politica, è povero e ha paura dei nigeriani che spacciano l’eroina sotto casa sua. Si tratta di un raggruppamento largo che non è solo la Lega di Salvini, si tratta di un diffuso e comune sentire. In questo quadro, la Lega non brilla nel risultato elettorale perché sconta l’impossibilità di mantenere le promesse. Benche Salvini abbia cercato di mostrarsi vicino ai pastori sardi, la sua operazione elettorale non ha portato grandissimi frutti. Se non hai un bagaglio culturale di un certo tipo non puoi capire veramente i problemi del Meridione, tale è la Sardegna.
Se qualcosa di significativo emerge da queste elezioni sarde è la distanza tra un ceto politico impreparato e la realtà. Quando erano in corso le trattative per il governo nazionale, fonti giornalistiche riferiscono che Di Maio e Salvini convocarono il prof.Giulio Sapelli per sondare la sua disponibilità a ricoprire la carica di presidente del Consiglio. Emblematica la domanda che Di Maio gli avrebbe fatto:”qual è la sua visione dell’economia?”. Sarebbe bastato leggere la sua celebre Storia dell’economia italiana dal dopoguerra ad oggi, per sapere la visione di Sapelli, un cultore della terza via di Tony Blair. Il problema che oggi affligge il Paese è l’esistenza di una classe di governanti che non studia, non legge e si fa quasi vanto della sua poca preparazione. In una fase come quella che stiamo vivendo, noi italiani avremmo avuto bisogno di una classe politica strutturata sul piano culturale con gli strumenti giusti per leggere la società.
Qualche settimana fa, Paolo Savona si è dimesso da ministro, non certo perché muoia dalla voglia di fare il presidente della Consob. Nella primavera scorsa, il professore sardo ha pubblicato la sua autobiografia Come un incubo e come un sogno, nella quale ricostrusce, tra le altre cose, il periodo del boom economico. Savona dimostra come siano stati fondamentali due elementi che hanno determinato quel cosiddetto miracolo: l’edilizia e le esportazioni. Quando era ancora ministro di questo governo, il professore aveva presentato un piano da cinquanta miliardi di investimenti pubblici. Questo piano è stato completamente ignorato. Il ministero delle Infrastrutture è retto da una persona, Danilo Toninelli, che non si capisce se sia un caso lampante di incapacità politica, o, più semplicemente, un caso clinico.
sabato 19 gennaio 2019
È tutta una grande Storia...
Il 17 gennaio dell’A.D. 2019, passerà alla Storia (un termine molto amato dai 5Stelle) per la nascita del nuovo Welfare State. Il ministro dai denti più bianchi del mondo e più abbronzato del mondo ha dichiarato con tanto di slide che ormai è fatta, ci siamo: è sorto un nuovo Stato sociale. L’ossatura della nuova creatura è il Reddito di Cittadinanza. A un milione e settecentomila famiglie verrà data una card e sarà questa il mezzo per tirare via dalla palude della povertà i disperati italiani insieme a qualche centinaio di migliaia di stranieri residenti in Italia da più di dieci anni. È un fatto storico, è un momento storico, è proprio una cosa storica! Peccato che qualche giorno fa, il ministro Di Maio abbia pubblicato su Instagram una foto con l’elenco di tutte le cose fatte e tra queste ci fosse anche l’aumento delle pensioni ai disabili. Fatto anch’esso che attiene alla Storia: nel decreto appena licenziato non v’è traccia dei disabili. Il ministro per il quale “nessuno deve rimanere indietro”, si è dimenticato proprio di quelli che, di solito, sono sempre indietro. Il nostro, nello show a Palazzo Chigi, non ha mancato di sottolineare che le pensioni di cittadinanza riguarderanno anche duecentocinquantamila nuclei con disabili. Che a veder bene non c’entra niente con l’affermazione per cui abbiamo aumentato le pensioni ai disabili. Sarà una manovra espansiva, signore e signori, la povertà verrà abolita, perciò tutti sul balcone a festeggiare, mentre una signora in prima fila, vicino al palcoscenico, ride tanto che il rimmel si impasta con le lacrime. Silenzio in sala, per favore, c’è il presidente Conte:” Chi parla prima Matteo o Luigi?”. Parla Luigi per dire una verità che è già storia: chi non spenderà i soldi sulla card entro il mese, perderà questi soldi, perché questa è una misura economica. Non è che si regalano soldi senza un fine, bisogna “iniettarli” nel mercato. Peccato che l’iniezione senza investimenti serva a poco. Peccato che la Banca d’Italia abbia rivisto la crescita per quest’anno ad uno striminzito 0,6% invece che all’uno. Si faranno controlli affinché i poveri si comportino bene, perché potrebbero utilizzare la card per scopi immorali. A questo punto, entra in sala un navigator, è alto con capelli lunghi del colore del miele e lineamenti gentili, ha una corazza pesante e dei calzari d’oro, delle ali maestose. Silenzio in sala, sulla parete in fondo, al di là dei leggii, viene proiettato un film, è un remake di Matrix Reloaded, si intitola “Boom”. Ad un certo punto si vede l’autostrada digitale, fuori campo si sente la voce dell’Oracolo-Di Maio che ci preannuncia il miracolo economico. Doveva apparire Trinity sulla Ducati 996, invece, è comparsa una lambretta con i fanalini rotti. Luci.
mercoledì 1 aprile 2015
Un ricordo
La prima volta che ho sentito parlare di loro avevo sei anni. Ricordo che all’ultimo banco, in fondo all’aula, si sedeva Massimino. Aveva la carnagione scura, gli occhi vispi e occupava con naturalezza il posto riservato a chi non apparteneva alla borghesia cittadina. La maestra, infatti, consapevolmente aveva riprodotto le divisioni sociali che poi, da grandi, avremmo ritrovato nella vita. In prima fila, sedevano i figli di papà, poi, via via, noi che eravamo il resto dell’umanità. Quelli in ultima fila non esistevano. Eppure, c’era qualcosa in loro che mi attirava. Nel caso di Massimino, era la merenda: una pagnottella ripiena di Nutella. Il massimo della trasgressione. Noi, i convenzionali, ci portavamo un panino con il solito affettato. Se è vero che degli ultimi è il regno dei cieli, allora, tra i vantaggi del Paradiso ci deve essere pure la cioccolata alle nocciole. Questo era quello che pensavo guardando il mio compagno di scuola mangiare con gusto la sua merenda. Un giorno, ricordo che entrò in classe una signora dall’espressione molto seria, probabilmente la metà del suo stipendio era destinato all’acquisto di fondotinta Max Factor e rutilanti rossetti. Era alta e bionda. Aveva un camice bianco. Dopo aver parlato a voce bassa con la maestra, era uscita con la stessa espressione di superbia e indifferenza con cui aveva fatto il suo ingresso. Finalmente il mistero venne svelato. L’amazzone era il medico della scuola e ci doveva visitare tutti. Noi capivamo pochissimo di quello che stava succedendo. L’unico che sorrideva era Massimino. La maestra continuava a dire che era una specie di epidemia. “Quando a scuola viene certa gente, questo è quello che succede!” Furono convocati i genitori di tutti i bambini e a loro venne comunicata la tremenda verità:”pidocchi”. Era la prima volta in vita mia che sentivo quella parola. Se si fosse trattato di soldatini, avrei capito. Di quelli mi intendevo. I pidocchi, invece, non sapevo cosa fossero. “Ci gratta la testa perché abbiamo i pidocchi”, mi spiegò la mia compagna di banco. Ricordo che il pomeriggio stesso venni portato dal farmacista, un vecchio che sapeva molte cose. Mi guardò come se fossi stato un animale raro e dopo qualche secondo emise la sua sentenza:”Momsen”. Dopo aver fatto ritorno a casa, venni portato in bagno e la mia testa venne cosparsa di una polverina verde. I miei dissero che il giorno dopo sarei dovuto rimanere a casa, “per aspettare l’effetto”. “Domani sera bisogna lavargli i capelli con lo shampoo della farmacia.” Il giorno dopo, libero dal peso della scuola, giocai tutta la mattina con Bibì, il mio barboncino, e i soldatini. Nella mia mente di bambino, non riuscivo ad odiarli, i pidocchi. Erano stati loro a regalarmi quella breve vacanza. Una volta ritornato alla monotonia della scuola, trovai la maestra in preda allo sconforto più totale. Non riusciva a capire come mai fossero stati infettati anche i nobili. Le bestiacce non avevano risparmiato nemmeno loro, le teste coronate. Non esisteva più l’educazione! Fu allora che tutto mi fu chiaro. Il compagno che mangiava ogni giorno pane e cioccolata, sapeva… Sapeva che i pidocchi se ne fregano delle classi sociali, sono anarchici e vanno dove gli pare. Le bestione avrebbero impartito una lezione di uguaglianza forzata che difficilmente avremmo dimenticato. Per quanto mi riguarda, se esteriormente dovevo dimostrare tutto il mio ribrezzo verso quegli esseri sporchi, segretamente ho sempre conservato un senso di gratitudine verso di loro, per avermi donato un giorno di libertà. Per anni, questa storia è rimasta sepolta dentro di me. Poi, un giorno che mi trovavo dal mio barbiere, ho ascoltato il racconto di un fatto accaduto tanti anni fa, quando la miseria era per molti una compagna quotidiana (più o meno come oggi). C’era un uomo con la testa come un’anguria e con un solo capello. Su questa sfera liscia abitava un pidocchio che individuato dal barbiere correva come un forsennato, probabilmente perché non era d’accordo sul fatto di essere accoppato. Fu allora che mi venne in mente quell’episodio della mia infanzia. I pidocchi sono sempre stati emarginati rispetto ad altri animali. Pensiamo alle pulci e alla dignità cinematografica che hanno avuto. Pensiamo alla celebre esibizione delle pulci volanti del clown Calvero, in Luci della ribalta. Il domatore di pulci, Charlie Chaplin, rimarrà per sempre. Nessuno, però, riflette sul fatto che i pidocchi, per tanto tempo, hanno dimostrato ai bambini che tutti gli uomini sono uguali. E qualche volta, sono riusciti a dirlo servendosi del sapore dolce e intenso della crema alle nocciole.
Gennaro Domestico
mercoledì 5 novembre 2014
Voci dall'estero: Martin Wolf: Siamo intrappolati in un ciclo di boo...
Voci dall'estero: Martin Wolf: Siamo intrappolati in un ciclo di boo...: Sul FT , Martin Wolf analizza l'origine delle crisi degli ultimi 20 anni, quella che chiama "la legge di conservazione delle bolle...
giovedì 15 maggio 2014
Voci dall'estero: Eichengreen: La Routine della Crisi Europea
Voci dall'estero: Eichengreen: La Routine della Crisi Europea: Barry Eichengreen su Project Syndicate prende posizione contro coloro che pretendono che la crisi dell'eurozona sia finita e sottoline...
giovedì 8 maggio 2014
Contro i partiti del declino
Quella
sera del 2011, quando Mario Monti apparve in televisione dicendo che per molto
tempo tutti avevamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità, diventò
chiaro a tanti italiani che esistevano due realtà. Una, rappresentata dalla
vita di milioni di persone che, quotidianamente, provavano sulla propria pelle
gli effetti della crisi; un’altra, quella di chi insegnava in prestigiose e
costose e private università, e molto spesso, sedeva nei board delle grandi
istituzioni finanziarie internazionali. Per sottolineare la gravità della
situazione, come curatore fallimentare del Paese, era stato scelto un uomo che
non ride quasi mai, con un piglio molto british. Bisognava fare sacrifici,
diceva costui. Tutti dovevano fare sacrifici. Ed è proprio quando disse questa
frase che la mia mente andò ad un aforisma che avevo letto da studente liceale:
“ La legge, nella sua solenne equità, proibisce così al ricco come al povero di
dormire sotto i ponti, di elemosinare nelle strade e di rubare pane.” Con il
passare dei giorni, capii il perché. Quando la legge è uguale per tutti,
inevitabilmente è ingiusta per i più deboli, perché non tiene conto che le
condizioni dei ricchi e dei poveri sono diverse: il divieto di dormire sotto i
ponti colpisce i senzatetto, non chi abita in quartieri esclusivi. Ce lo ha
spiegato bene il vecchio Karl Marx commentando l’aforisma di Anatole France.
I
tagli lineari operati dal governo Monti, la sua visione per cui tutti debbano
soffrire, inevitabilmente fanno soffrire ancor di più chi già soffre e
pochissimo chi non ha mai sofferto. Si chiama austerità. Il messaggio che doveva passare era semplice: il problema
era il debito pubblico, soldi che tutti avevano sperperato nel corso di decenni
di finanza allegra. Adesso bisognava provvedere. Gli italiani sono sempre stati
delle cicale spendaccione. Monti era nel giusto, Bruxelles era nel giusto, e
quello che è più importante, Angela Merkel era ed è nel giusto: bisognava
tirare la cinghia. Così, nell’anno del Signore 2012, si verifica la cosa più
grave. Guidata dall’ex rettore della Bocconi, una classe politica tra le più
scadenti del mondo occidentale, modifica l’articolo 81 della Costituzione e
ratifica il Trattato sulla stabilità, sul
coordinamento e la governance nell’Unione economica e monetaria, il
famigerato Fiscal Compact. Due iniziative destinate a dare un colpo mortale al
Welfare State e alla democrazia. In una totale e scandalosa assenza di
dibattito, nell’aprile 2012, vengono approvate in seconda lettura le modifiche
agli articoli 81, 97, 117 e 119. Viene inserito in Costituzione il pareggio di
bilancio. Dire che “lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese
del proprio bilancio”, significa castrare la possibilità per lo Stato di
intervenire con la spesa pubblica per mettere l’economia sul sentiero della
crescita, in lunghi periodi di crisi come quello attuale. Si annulla
quell’attività che si chiama “deficit spending”: sostenere oggi l’economia che
va male, per ottenere domani in termini di entrate fiscali le risorse impiegate,
quando l’economia si riprenderà. Attraverso questo sistema, si sono garantiti i
diritti fondamentali dei cittadini, come quello all’istruzione, alla salute.
Nella cultura neoliberista, che permea i partiti che hanno sostenuto Monti, il
Pd e il Pdl, lo Stato è la vera fonte di tutti i problemi e come tale deve
essere limitato. Lo Stato produce spesa e la spesa è il male assoluto. Con la
stessa inettitudine e indolenza nei confronti delle sofferenze che il Paese
stava vivendo, la maggioranza parlamentare approvò nel luglio dello stesso 2012
il Fiscal Compact. In questo trattato, tre sono le questioni rilevanti: il
divieto per uno stato membro di avere un rapporto deficit/Pil superiore al 3%; il
debito pubblico ( l’incarnazione del Male!) non deve superare il 60% del Pil,
in caso contrario bisogna intraprendere una serie di misure incisive per
rientrare nel rapporto, tagliando la parte eccedente; …and last but not least, il pareggio di bilancio, che si considera
raggiunto se il disavanzo strutturale non supera lo 0,5%.
Per
quello che qui ci interessa, soffermiamoci sul rapporto debito/Pil. Che cosa
accadrà nel nostro caso? Per i prossimi vent’anni, dovremo realizzare un taglio
del 5% annuo del nostro debito, che, tradotto, significa tagli alla spesa
pubblica per 45-50 miliardi annui. Con i migliori ringraziamenti a Berlusconi,
Tremonti, Monti, Letta e all’uomo che tweetta, Matteo Renzi, quello che doveva
andare dalla Merkel a farsi sentire ed è tornato con la coda tra le gambe. Tagliare
la spesa pubblica, è questo il mantra dei governanti europei. Pier Carlo
Padoan, attuale ministro dell’Economia, già consulente di D’Alema, lo ha detto
chiaramente : qualunque riduzione della pressione fiscale dovrà essere
compensata da tagli alla spesa. Come avverranno questi tagli? Rispondiamo con
un esempio: in occasione della conferenza stampa di presentazione del Documento
di Economia e Finanza, Renzi ha detto che non ci saranno nuove tasse, salvo
dire subito dopo che ci saranno tagli ai trasferimenti a regioni, province ( ma
non le aveva abolite?), e comuni, per 700 milioni di euro. Se ad una regione
come la Calabria vengono meno dei soldi dallo Stato e il suo bilancio è
assorbito per l’80% dalla sanità, chi pagherà il conto dei mancati
trasferimenti? La risposta forse è semplice, i cittadini. E’ evidente che 700
milioni di euro non siano una cifra esorbitante, ma quello che preoccupa è la ratio di questo governo. Io, Renzi,
faccio la parte di chi non alza le tasse e regalo un bonus di 80 € ad una
platea di lavoratori dipendenti dai quali il 25 maggio mi aspetto di incassare
un cospicuo dividendo elettorale. Contemporaneamente, riduco i trasferimenti
agli enti locali, i quali dovranno tagliare i servizi essenziali, aumentare i
tributi, aumentare l’addizionale Irpef.
Chi
viene penalizzato con questo modo di fare? Le fasce sociali più deboli, quelle
persone che dal 2008 stanno pagando il prezzo più alto a causa della crisi. Gli
inoccupati che, in Calabria, devono pagare i ticket sanitari, i pensionati per
i quali, 30 o 40 euro di addizionali comunali e regionali al mese, sono una
trasfusione di sangue. E’ la cultura dei gruppi finanziari che hanno fatto
grandi guadagni prima della crisi e stanno speculando adesso. Quelli che
letteralmente si sono mangiati la Grecia, il paese dove i bambini svengono a
scuola perché denutriti, cosa che, del resto, sta ormai accadendo anche in
molte scuole pubbliche inglesi. Il paese governato dai conservatori di Cameron,
il paese di Margaret Thatcher che per tagliare la spesa tolse la tazza di latte
quotidiana agli studenti. La patria del Welfare State guida l’offensiva contro
i più deboli, “gli assistiti”. L’importante non sono i bambini, ma preservare
la rendita delle società finanziarie. L’importante è sostenere le perdite del
sistema bancario con i soldi pubblici. Un sistema quest’ultimo, che invece di
sostenere l’economia reale, ha bruciato miliardi di euro in derivati. Non
bisogna andare lontano per avere qualche esempio. Prego consultare la voce
Monte dei Paschi di Siena. Questa cosa si chiama socializzare le perdite, far pagare
alla collettività i problemi dei privati, le banche.
In
questo senso, Matteo Renzi è solo un imitatore di Tony Blair e neanche ben
riuscito. Aveva promesso miliardi per l’edilizia scolastica e che fine hanno
fatto questi soldi? Sono diventati qualche milione di euro, spiccioli. Forse,
la verità è più banale: i personaggi scelti dalla burocrazia europea, organismo
che nessuno ha votato, per interpretare il ruolo di presidente del Consiglio, hanno
un solo mandato: smantellare l’odiato stato sociale, spalancare la prateria al
neoliberismo. Ecco il significato dei tagli alla spesa pubblica. Alla metà
degli anni ’80, la destra americana coniò un termine per questo: “to starve the
beast”, affamare la bestia, ridimensionare drasticamente lo stato. Solo che,
almeno in questo caso, i politici europei ci stanno riuscendo con un metodo più
raffinato che si chiama Fiscal Compact e pareggio di bilancio. Impedire che lo
stato intervenga per assicurare i diritti
delle fasce sociali più deboli con delle rigide regole contabili.
Ritornando
alla questione della modifica dell’art.81 della nostra Costituzione operato dal
Partito democratico e dal Popolo delle libertà, ho parlato di un colpo grave
inferto alla democrazia. L’importanza della questione, infatti, avrebbe suggerito
di sottoporre la legge a referendum popolare, proprio per far decidere il
popolo italiano su un tema che coinvolge il suo futuro, visto che il pareggio
di bilancio condiziona le decisioni del governo in maniera pesantissima. La
possibilità del referendum è consentita dall’art.138. Che cosa fece, invece, quel
parlamento screditato? Approvò la modifica con la maggioranza dei due terzi,
per evitare la consultazione popolare. Tutto nel silenzio più totale di una
stampa complice e, anzi, organica, al sistema dei partiti.
Di
fronte ad una disoccupazione giovanile del 43% ed al fatto che ogni giorno 40
imprese chiudono i battenti, l’assillo di Matteo Renzi è inviare tweet
propagandistici per le imminenti elezioni europee. La ripresa dei consumi è
affidata all’effetto salvifico dei magici 80 euro, per i quali, è bene
ricordarlo una volta di più, esiste la copertura solo per il 2014. Una ben
magra prospettiva per un governo che doveva cambiare verso.
Gennaro
Domestico
domenica 28 luglio 2013
La luce di Francesco
Ho appena terminato di leggere Lumen Fidei, l'enciclica scritta da Ratzinger pensando al Papa che sarebbe venuto dopo di lui. Devo ammettere che mi ha sorpreso favorevolmente. L'affermazione di una società fondata sull'amore contrasta con quello che per anni ci hanno ripetuto i Chicago Boys e i loro epigoni nostrani sul valore dell'individualismo come motore del progresso. La fraternità di cui si parla, se da un lato è l'opposto dell'uguaglianza marxista, lo è ancor di più del liberismo. L'amore e il tempo sono concetti fondamentali di una riflessione che mira ad esaltare tutta l'eredità di Agostino. Guardando Papa Bergoglio camminare per le strade più povere di Rio de Janeiro, vengono in mente le parole dell'enciclica dell'incedere dell' uomo nel tempo, i cui passi sono illuminati dalla fede. Un'immagine potente e suggestiva in cui passato, presente e futuro si legano indissolubilmente da una promessa fondata sull'affidabilità. Il cammino nel tempo non è mera predicazione nel chiuso di una spazio. "Il tempo è sempre superiore alla spazio" (Lf 57). L'amore al posto di protocolli e cerimoniali.
mercoledì 10 aprile 2013
Goofynomics: Dove andremmo con la nostra liretta...
Goofynomics: Dove andremmo con la nostra liretta...: Malachia Paperoga ha lasciato un nuovo commento sul tuo post ""Sarebbe il caso di riflettere..."": Dalle colonne del T...
martedì 15 gennaio 2013
Prove di matrimonio
Prove
di matrimonio. Avete presente il film Totò, Fabrizi e i giovani d’oggi ? Carlo
e Gabriella si amano, ma i suoceri, interpretati dai geniali Totò e Aldo
Fabrizi litigano in continuazione. Ebbene, i rapporti tra il Partito
Democratico e Mario Monti somigliano sempre di più a quella storia
cinematografica. Vi ricordate il primo incontro delle due famiglie al
ristorante ? I due padri si guardano con aria minacciosa, si scrutano, si
detestano, anche se poi sanno che dovranno arrivare ad un accordo. Il PD è un
po’ così, detesta Monti per il suo tradimento, ma sa che, qualora riuscisse a
vincere alla Camera, non avrà, molto probabilmente, l’agognata autosufficienza
al Senato e dovrà sposarsi con il Professore. E le liste di nozze che i due
suoceri sfoderano a fine pranzo per decidere gli impegni di ciascuno nei
confronti degli sposini ? Per la verità, di lista di cose da fare , inteso come
programma di governo, Bersani è avvantaggiato, semplicemente perché non ce
l’ha. L’unica cosa che si è affrettato a fare è stato rassicurare i partners
europei sul fatto che l’Italia manterrà gli impegni, nel senso che ubbidirà a
frau Merkel senza fare troppe storie. Con buona pace degli sdoppiamenti di
personalità di Stefano Fassina, quello che fino a qualche settimana fa parlava
di rottamare Monti e che oggi, da Bruno Vespa, chiarisce che solo in alcuni
punti non era in accordo con il Professore, il quale recentemente ha
intervistato Eugenio Scalfari su Repubblica, il che è tutto dire sulla sua
autostima. Come si fa, infatti, a porre domande ad uno che si sente sullo
stesso livello di Dio ? Ma, torniamo a noi. Fassina è un po’ come la sora Lella
del film, la cameriera del ristorante, che viene interrogata da Fabrizi su chi
deve pagare il conto. A lui dice una cosa e poi, davanti a Totò, ne dice
un’altra. Fassina ha sempre detto di essere contro le politiche dell’austerità,
però poi, ha votato i provvedimenti del governo Monti. Sogna i bond europei per
finanziare la crescita, ma ha sostenuto un governo che ha aumentato la pressione
fiscale al 45%. Ospite di Vespa, ha detto e ripetuto le storiche frasi “Ma no,
siamo seri…ma no diciamo le cose come stanno, siamo seri”. Poi, però, non ha
detto niente. E come stanno queste cose ? Stanno nel senso che persino il Fondo
Monetario Internazionale sta seriamente rivedendo le politiche di austerità,
mentre a luglio, il partito dei progressisti italiani, il PD, ha approvato il
Fiscal Compact, una cosetta da niente, su cui Fassina non dice molto. Frau
Merkel ha deciso che noi italiani dobbiamo diventare virtuosi e quindi dobbiamo
tagliare il nostro debito pubblico di 50 miliardi ogni anno per vent’anni. Un
salasso che porterà nel baratro il nostro paese. Di fronte a questo scenario,
un Bersani che evidentemente non infonde entusiasmo nemmeno a se stesso cerca
di coinvolgere Matteo Renzi, uno che un po’ di cambiamento nella nostra Italia
lo voleva introdurre, salvo scontrarsi con l’apparato del partito, ovvero quel
blocco conservatore che vuole prima di tutto conservarsi la poltrona. La vicenda
della candidata calabrese Rosi Bindi la dice lunga su questo. Alla fine,
ricorderete che il film finisce con Fabrizi che minaccia di ricorrere alla
sacra rota per annullare il matrimonio e Totò che gli risponde “io ricorrerò a
tutte le ruote !”. Tante risate. Il matrimonio tra un partito ansioso di
occupare il potere e il senatore a vita detentore della Verità economica si
rivelerà una iattura per il Paese, perché a quel partito manca ormai da tempo
una visione chiara degli interessi del Paese e a quel professore manca del
tutto la conoscenza della realtà, fatta di gente che è scivolata nella povertà,
famiglie che non riescono a comprarsi da mangiare e imprenditori disperati che,
talvolta, nel silenzio generale, si tolgono la vita.
Gennaro Domestico
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